Soffoca la figlia di 3 mesi in ospedale, condannato a 29 anni di carcere

Vedeva la presenza della figlia Emanuela, di soli tre mesi, «ingombrante e scomoda», e la sua nascita «lo poneva di fronte alla necessità di assumersi delle responsabilità fino ad allora estranee al suo orizzonte». Responsabilità che non voleva assumersi, e questo in Giuseppe Difonzo «bastava per determinarlo a sopprimere la bambina, per tornare a sgravarsi dall’impegno e dallo sforzo di dover simulare un coinvolgimento emotivo verso la figlia». Per questo, la notte tra il 12 e il 13 febbraio 2016, la soffocò mentre la bimba si trovava ricoverata nell’ospedale pediatrico «Giovanni XXIII» di Bari. Ora è diventata definitiva la condanna a 29 anni di reclusione per Giuseppe Difonzo, il 38enne di Altamura accusato dell’omicidio volontario della piccola. La Cassazione, nella tarda serata del 10 marzo, ha infatti confermato la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello – la seconda della vicenda – lo scorso aprile. E per l’uomo, ora, si riaprono le porte del carcere. Difonzo fu condannato a 16 anni in primo grado (per omicidio preterintenzionale) e all’ergastolo in secondo (per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione), ma quest’ultima sentenza fu annullata dalla Cassazione. Che però, questa volta, ha definitivamente chiuso la vicenda, e per il 38enne ora si aprono nuovamente le porte del carcere. Secondo quanto ricostruito, l’uomo avrebbe ucciso la figlia nel giro di pochi minuti, sfruttando un momento in cui era da solo con lei in ospedale. Nei suoi primissimi mesi di vita, Emanuela aveva trascorso altri 67 giorni in ospedale per crisi respiratorie, causate secondo i giudici proprio dal padre in precedenti tentativi di soffocamento. In questo contesto l’ex compagna di Difonzo, madre di Emanuela, «non sembrava più disposta ad accettare il suo ruolo marginale rispetto agli oneri familiari, economici e non», dato che l’uomo viveva di espedienti e lavori saltuari. Nel corso dei vari processi la difesa provò a sostenere che l’uomo fosse affetto dalla sindrome di Munchausen, un disturbo che porta chi ne è affetto ad attirare l’attenzione su di sé. Ma questo, sulla base di una perizia svolta dal professor Roberto Catanesi, non corrisponde al vero. La perizia infatti ha giudicato Difonzo capace di intendere e volere al momento della commissione del fatto. « Deve escludersi – scrivono i giudici – che le azioni del Difonzo siano da ricondursi al bisogno di attirare l’attenzione su di sé e di ricevere apprezzamento per aver salvato la propria figlia dal pericolo di vita (dopo averlo perciò procurato)». Difonzo, rilevano ancora i giudici, «narra con distacco della morte della figlia, senza emozione e senza manifestare in alcun modo dolore, si muove con destrezza tra plurime menzogne». corriere.it